Tre elementi che fanno interazione ma che a volte dimentichiamo

Parto dal primo assioma della comunicazione elaborato dalla scuola di Palo Alto per provare a fare delle riflessioni personali e del tutto prive di rilevanza scientifica su ciò che genera comunicazione efficace, ascolto ed accoglienza, fondamentale a mio parere sia per chi fa l’assistente sociale nel pubblico, sia per chi fa lavoro privato.
L’assioma recita così

“È impossibile non comunicare. In qualsiasi tipo di interazione tra persone, anche il semplice guardarsi negli occhi, si sta comunicando sempre qualche cosa all’altro soggetto.”

Il significato di questo assioma  è chiaro ai più, tuttavia non è così facile tenerlo sempre a mente. La comunicazione, lo stile comunicativo sono, a mio parere, il primo strumento che un professionista del sociale ha in mano. Solo dopo arrivano il colloquio, la visita domiciliare, il lavoro di rete e tutto quello che ci insegnano, ma se questi strumenti non sono sostenuti da uno stile comunicazione che accoglie, sembriamo degli erogatori di informazioni, riflessioni o di analisi dei bisogni, come potrebbe esserlo la voce registrata del numero 800.999 ecc del CUP. Ma c’è anche qualcos’altro che gravita attorno a questo assioma che ci rende più o meno accoglienti.

La domanda è: cosa fa interazione oltre alla comunicazione? Elenco tre elementi che a mio parere sono i più influenti durante un colloquio di servizio sociale:

  1. L’ufficio: certe volte quando entro negli uffici dei servizi mi viene da piangere. Locali completamente spersonalizzati, muri bianchi, pavimenti color pastello quando va bene, cartelle ovunque, disordine ecc. “E ma non ci sono i soldi!” Personalizzare un luogo di lavoro è un aspetto a mio parere, di interesse del professionista anche se il luogo è pubblico. Chiaramente, quando si cambia lavoro, quello che è proprio segue il proprietario, anche perchè la personalizzazione è talmente appunto personale, che un altro professionista deve creare il suo clima. Ora, non pensiamo a qualcosa di eclatante necessariamente. A volte basta un orologio carino, una piantina e un profuma ambienti. (da Tiger 10 euro)
  2. Il telefono: anzi. Entrambi i telefoni. Grazie all’orologio appeso al punto 1, non abbiamo bisogno del cellulare per controllare il tempo. Perchè il cellulare sulla scrivania è brutto e distrae perchè vibra, si accende, quando si accende si vede l’anteprima del messaggio di whatsapp e se il ragazzo con cui stiamo uscendo ci dice “no stasera non ci sono” quell’informazione interviene nella  concentrazione, anche se avevamo solo acceso per vedere l’ora; si tutela in questo modo il rapporto privilegiato con la persona e anche una fluidità di comunicazione necessaria alla costruzione del rapporto di fiducia.  Il telefono dell’ufficio: poco da dire. Io ho la fortuna di poter abbassare il volume del suono, per cui se sono in colloquio, abbasso e se non posso abbassare stacco la cornetta. “E ma Laura eri in ufficio perchè non hai risposto?” “Ero in colloquio” , “quella persona ti cerca da due ore “ero nei colloqui”. Questo serve a dare un senso a quello che si sta facendo e un’ordine alle cose da fare con la dovuta priorità: se sono in colloquio la mia priorità è quella persona, anche se la vedo ogni settimana, anche se la vedo da due anni; ovviamente serve sia il concetto di priorità, ma anche il concetto di flessibilità perchè laddove ci sia un’urgenza è necessario essere in grado di muoversi all’interno dell’urgenza.
  3.  Dove mi siedo? Ci insegnano, dietro la scrivania. Io ho imparato invece a riflettere sul dove mi siedo quando ho fatto un colloquio diversi anni fa con una ragazza seguita da un centro psico sociale. Mi parlava del suo unico amico che aveva avuto un incidente ed era in terapia intensiva. Io non ce la facevo a stare dietro la scrivania: con la scusa di un bicchiere d’acqua mi sono seduta accanto a lei. Generalmente nei colloqui dove siamo in due (assistente sociale e psicologo) rimango dietro la scrivania, così come nei colloqui relativi al penale minorile o al penale adulto; per una questione di autorevolezza e trasmissione del ruolo che compete al professionista. Nei colloqui con adulti che chiedono invece per il lavoro, contributi economici, sussidi ecc, a volte non ce la faccio e dopo averli incontrati alcune volte, tolgo la scrivania e mi siedo accanto a loro. E’ già faticoso chiedere aiuto in quei casi e credo che non abbiano bisogno di una maestrina ma di qualcuno che li accolga;  la maggior parte delle volte economicamente non si hanno risposte come ente pubblico, pertanto è fondamentale che venga accolto il loro bisogno di essere ascoltati e rimandati a riattivarsi in un certo modo per risolvere il proprio problema.

Questi sono alcuni degli aspetti che fanno interazione e che fanno comunicazione; ci sarebbero altre duecento cose da scrivere: il modo di vestire, la luce, il clima, i rumori fuori dalla stanza, il computer ecc. Nella mia esperienza, tenere a mente questi tre aspetti permette di rendere più facilitante la comunicazione tra cliente/utente e assistente sociale. Di fatto la professione chiede alle persone di fidarsi e di lavorare insieme, è responsabilità quindi della professione fare il modo che tutto sia orientato ad accogliere il dialogo e la costruzione di una relazione di fiducia.

Informazioni su Laura Manzoni

Consulente socio- familiare Mediatore Familiare Coordinatore Genitoriale Assistente Sociale Privato
Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *