Adolescenti e coaching.

Come già riportato in altri articoli, il coaching è un metodo che si concentra sul raggiungimento della PERFORMANCE, e si occupa di conoscere come il cliente vede il suo presente e desidera il suo futuro per mettere in atto azioni concrete per raggiungere gli obiettivi che si prefigura.

L’adolescenza e la concretezza vanno molto d’accordo. Il pensiero astratto, la pianificazione e la programmazione sul lungo periodo sono le ultime capacità che si sviluppano nel cervello che conclude il suo percorso di crescita all’età di 25 anni.

Il coaching concentrandosi su obiettivi CHIARI, TEMPORALI e CONCRETI, permette all’adolescente all’interno del percorso, di vedere le azioni fatte, quelle ancora da compiere e di assaporare il successo, azione per azione fino al raggiungimento del suo obiettivo.

Non è possibile lavorare con un adolescente in prima superiore sull’obiettivo “arrivare in 5 superiore alla maturità senza bocciature e uscendo con un buon voto!” . Fa già fatica un adulto a programmare in un periodo così lungo, figuriamoci un adolescente. Un’adolescente vive il presente. Esiste solo quello. Chi vive con un adolescente conosce la drammaticità del partire per le vacanze insieme a lui all’età di 16 anni, come se quelle due settimane lontano dai suoi amici gli rovineranno l’esistenza per sempre. Il presente è vissuto in maniera amplificata, il futuro viene percepito come meno importante. Per questo con il Coaching si fa centro con i ragazzi perchè è TEMPESTIVO, PALPABILE, CREDIBILE.

L’adolescente può iniziare a prendere delle decisioni da solo, dal momento che la capacità di assumersi delle responsabilità e fare delle scelte pensate si sviluppa intorno ai 13 anni.

Per questo le tecniche di coaching nell’ambito del miglioramento personale che può spaziare in diversi ambiti quali l’organizzazione, quello scolastico, quello sportivo, di relazione, sono tagliate su misura per prendere consapevolezza di ciò che si vuole fare, perchè si vuole fare e capire come agire. Il coach aiuterà l’adolescente a comprendere la motivazione che sta dietro al raggiungimento dell’obiettivo, a lavorare sul giudizio che il ragazzo ha su sé stesso e fare il modo che influisca positivamente portando alla luce la qualità dei risultati infine aiuterà l’adolescente a prendere coscienza delle proprie interferenze, paure, ansie, per poterle gestire nel momento della performance (compito in classe, interrogazione, uscita con gli amici, competizione sportiva ecc.)

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POTERE & POTENZA INDIVIDUALE

Quanto siamo potenti? Quanto potremmo essere potenti? Che definizione date alla parola potenza? Quanto la percezione del potere influisce sulla nostra potenza interiore? Mi ha stupito che Continue reading

Propongo il Coaching per le Famiglie, perchè?

Dopo aver fatto un corso di formazione per diventare Family Coach, ho riflettuto sul come proporlo alle Famiglie che seguono il mio sito e la mia pagina di Facebook. Perchè una famiglia o un componente della famiglia dovrebbe iniziare un percorso di coaching? Cosa offre di diverso dalle altre consulenze in genere? Di seguito vi propongo alcune informazioni sul coaching, sul modello che uso io e che ho provato sulla mia pelle.

IL COACHING E’ UN METODO CENTRATO SUL PRESENTE E SUL FUTURO PIU’ PROSSIMO Continue reading

RUBRICA: STORIE DI SERVIZI PER LE FAMIGLIE

Elisa è una ragazzina di 13 anni che tra qualche mese dovrà scegliere la scuola superiore. Elisa fa sport, pallavolo da quando ha 6 anni e adora disegnare e scrivere storie di fumetti. Rispetto alla scuola è ancora molto confusa, i professori le hanno detto che dovrebbe orientarsi verso un istituto tecnico, ma lei vorrebbe fare qualcosa collegato all’arte oppure un liceo sportivo. I genitori hanno deciso quindi di rivolgersi a un professionista del sociale con formazione anche nel coaching per provare a capire meglio qual è la strada migliore che Elisa può intraprendere, ovvero per farle schiarire un po’ le idee.

 

E IL SETTIMO ANNO SI TRASFORMO’….o forse NO…e tanti auguri a me

Varie discipline parlano dei sette anni come di qualcosa legato al cambiamento, alla trasformazione o alla crisi. La biologia per esempio insegna che il nostro organismo, a meno delle cellule nervose, rinnova completamente tutte le cellule in sette anni. Significa che dopo sette anni il nostro corpo è completamente modificato rispetto a quello che era sette anni prima generando quindi una vera e propria rivoluzione.

Anche la psicologia, forse appoggiandosi alla biologia, parla di cicli settennali in cui si ha una rigenerazione psicofisica dell’intero organismo.

Si parla di crisi del settimo anno nelle relazioni e nei matrimoni.

Il Sufismo, corrente mistica islamica, divide la vita i 4 tempi composti da quattro settenni.

Sicuramente c’è dell’altro, ma oggi la riflessione la faccio su di me e sul fatto che domani compio i miei primi sette anni da assistente sociale. Esattamente il 04/03/2010 mettevo piede nel mio primo servizio, il CPS di Cinisello Balsamo con il mio primo contratto di lavoro: un indeterminato. Parenti e amici che saltellanti ripetevano “sei sistemata per la vita, “che fortuna”, “potrai pianificare la tua vita nella certezza di avere sempre questo misero stipendio!”, e  io, felice come una pasqua, prima di rendermi conto che, tutto quello che volevo era qualcosa di non indeterminato che di fatto, ora lo so bene, mi metteva un po’ ansia!!!

Così, i miei primi sette anni di lavoro, sono stati di fatto un girovagare per servizi, per la precisione quattro esperienze di lavoro con committenti differenti e molti più luoghi ed esperienze di lavoro, in cui ho affiancato e abbinato la mia incapacità a stare ferma in un posto per troppo tempo, all’arricchimento che questa sfiga, o possibilità, poteva concedermi. Perché mi guardo indietro e ho avuto l’opportunità di conoscere realtà diverse, utenze diverse, servizi di base, specialistici, superspecialistici; di lavorarci, di capire dove e come per me, l’essere assistente sociale poteva funzionare meglio.

Ovviamente, pur sapendo cosa amo fare, mi sento sempre così tanto in trasformazione che ho imparato a non dirlo più il “farò questo per sempre” ma ho imparato a fare quello che mi fa stare bene, finché mi fa stare bene, affrontando anche pezzi grossi e faticosi, ma nella consapevolezza di una direzione chiara che è quella della mia felicità professionale.

Mi sono accorta che la strada della libera professione mi permette di sentirmi paradossalmente più sicura e più a mio agio, perché mi dà, forse solo l’illusione, di poter pianificare meglio e come voglio la mia agenda. Di fatto me la sto raccontando visto che da tre mesi non riesco a mettere piede in piscina, ma la sento come una scelta mia e non come una necessaria adesione a un’ organizzazione altra.

Mi sento libera di dire si a tutti, o a qualcuno oppure no e di rinunciare qualcosa e questa cosa mi fa stare meglio, pur essendo meno in grado di pianificare l’acquisto di un cane, perché se lavoro troppo poi sta da solo tutto il giorno e se lavoro poco non riesco a mantenerlo!

Se devo fare oggi un bilancio complessivo di questi sette anni posso dire che quel 04/03/2010 ero così contenta di quel contratto a tempo indeterminato da pensare seriamente che non mi sarei mai più mossa dal CPS, di cui ho un ricordo peraltro bellissimo. E mai avrei pensato che la mia vita lavorativa mi avrebbe regalato tutte queste esperienze e tutto questo! Tempi bui, tempi faticosi, tempi di dilemmi, tempi di conflitto e di scontro ci sono stati, ci sono e ci saranno. Errori professionali, scelte superficiali e dettate anche dall’inesperienza anche quelli ci sono stati anche se spero saranno sempre meno.

Amo questo lavoro perchè ti siedi alla scrivania con un programma che regolarmente viene modificato o sconvolto da qualcosa che accade, perchè le vite fanno accadere cose che non possiamo mai prevedere….e quindi quell’elenco di nomi per la Regione attenderà! Lavorare con vite e persone permette di conoscere culture, mondi nuovi, modi di vedere la vita differenti dalla tua e porsi con la giusta dose di curiosità a me arricchisce sia la vita professionale che quella personale.

Quello che mi auguro sono altri sette anni così, movimentati e stimolanti, in continua formazione e trasformazione.

 

Bonus “Mamma domani” – Aggiornamenti

Con la Circolare 39/2017 l’Inps ha chiarito i requisiti e tempi per la domanda del bonus mamma domani 2017 che riconosce 800 euro alle gestanti o alle neo mamme a partire dal primo gennaio di quest’anno.

Requisiti

  • residenza in Italia e cittadinanza italiana o comunitaria (donne non comunitarie sono ammesse solo se rifugiate politiche o sotto protezione sussidiaria);
  • compimento del 7° mese di gravidanza;
  • parto, anche se antecedente all’inizio dell’8° mese di gravidanza;
  • adozione del minore, nazionale o internazionale, disposta con sentenza divenuta definitiva ai sensi della legge n. 184/1983;
  • affidamento preadottivo nazionale concesso con ordinanza ai sensi dell’art. 22, comma 6, della legge 184/1983 o affidamento preadottivo internazionale ex art. 34 della legge 184/1983.

Tempi:

l’istanza va presentata dopo il compimento del 7° mese di gravidanza ma prima del parto. Alla domanda del bonus mamma domani va allegata certificazione sanitaria rilasciata dal medico specialista del Servizio sanitario nazionale, che attesti la data presunta del parto.

Se la domanda del premio è presentata in relazione al parto, alla madre sarà richiesta autocertificazione sulla data del parto e le generalità del bambino.

In caso di adozione o affidamento preadottivo, allegare il provvedimento giudiziario (sentenza definitiva di adozione o provvedimento di affidamento preadottivo ex art. 22, comma 6, della legge 184/1983), permette di abbreviare l’iter: in caso contrario occorre riportare tutti gli elementi identificativi del provvedimento (sezione del tribunale, la data di deposito in cancelleria ed il relativo numero)

N.B. La domanda va presentata in via telematica, l’INPS nei prossimi giorni divulgherà le modalità definitive per accedere al contributo.

Pensavo che tu pensassi…

Vi racconto una storia. La storia dell’uomo a cui serviva un martello.

<< Un uomo vuole appendere un quadro. Ha il chiodo, ma non il martello. Il vicino ne ha uno, così decide di andare da lui e di farselo prestare. A questo punto gli sorge un dubbio: e se il mio vicino non me lo vuole prestare? Già ieri mi ha salutato appena. Forse aveva fretta, ma forse la fretta era soltanto un pretesto ed egli ce l’ha con me. E perché? Io non gli ho fatto nulla, è lui che si è messo in testa qualcosa. Se qualcuno mi chiedesse un utensile, io glielo darei subito. E perché lui no? Come si può rifiutare al prossimo un così semplice piacere? Gente così rovina l’esistenza agli altri. E per giunta si immagina che io abbia bisogno di lui, solo perché possiede un martello. Adesso basta! E così si precipita di là, suona, il vicino apre, e prima ancora che questo abbia il tempo di dire “Buon giorno”, gli grida: “Si tenga pure il suo martello, villano!” >> (Istruzioni per rendersi infelici – Paul Watzlawick)

Non c’è niente di più limitante in una relazione affettiva, di amicizia, tra colleghi o con un cliente, del fermarsi all’immaginare quello che l’altro sta pensando. Questo comporta in via di principio una lettura della realtà profondamente distorta che inevitabilmente diventa funzionale a ciò che noi pensiamo. Facciamo un esempio più vicino alla nostra esperienza quotidiana.

Abbiamo una relazione conflittuale con un collega, con cui non ci capiamo e con cui fatichiamo a collaborare su un progetto comune e a confrontarci. Di prima mattina quel collega riceve una telefonata dalla moglie con cui discute furiosamente. Quando riattacca entriamo in ufficio, salutiamo, e lui, sbuffando, si allontana con un saluto distaccato. Il nostro primo pensiero è che ce l’abbia con noi per qualcosa che abbiamo fatto rispetto al progetto, magari una scelta ben precisa. Questo pensiero poi potrà compromettere l’intero processo di collaborazione creando delle interferenze che limiteranno la buon riuscita del lavoro.

Come facciamo a proteggerci da questo? Per prima cosa fermiamoci a riflettere sulla nostra persona e il nostro modo di rapportarci con le persone, cercando di capire se possiamo essere soggetti a questo rischio, ovvero quello di interpretare il comportamento di altri come un’accusa nei nostri confronti. In secondo luogo l’arma più efficace è quello di chiedere spiegazioni rispetto al dato di fatto che “quando siamo entrati in ufficio lui ha sbuffato e se n’è andato!”.

A volte ci facciamo tanti problemi a fare delle domande molto semplici che risolverebbero immediatamente i dubbi rispetto a dei comportamenti. Chiarezza e immediatezza rispetto ad alcune situazioni salvano i rapporti e soprattutto permettono di stare bene.

Altra storiella: quante volte per paura di deludere l’altro o farlo rimanere male ingoiamo rospi e stiamo male noi? Ricorderò sempre il racconto di un prete di oratorio che il primo Natale in cui era arrivato in una parrocchia ricevette in regalo dalla suora del paese una bottiglia di “Petrus” e le disse qualche mese dopo “grazie, molto buono!” … peccato che non piacendogli lo avesse tenuto intatto nell’armadietto dei liquori. Risultato? per tutti gli anni successivi quella suora regalò al prete una bottiglia di Petrus per Natale. Ogni anno che passava dichiarare che il Petrus non gli piaceva sarebbe stato ancora più difficile.

Questa storiella, accaduta realmente, ci insegna che se qualcosa non ci piace, non ci convince soprattutto se deriva da una relazione con un’altra persona, vale la pena dissipare ogni dubbio per evitare fraintendimenti o spiacevoli situazioni. Accade spesso nelle nuove relazioni di coppia il non avere il coraggio di dire all’altro che una certa cosa non ci piace o non ci fa stare bene, succede che poi quando la pressione nella pentola è troppa, la pentola deve sfiatare e l’altra persona si trova spiazzata nello scoprire quanto riferito accendendo un conflitto non solo sul disaccordo, ma anche sul “non detto”.

Attenzione massima va data alla relazione professionale tra operatore e cliente/utente. Soprattutto con le persone che conosciamo poco, dove la categorizzazione è inevitabile per semplificare la realtà, dobbiamo essere in grado di non attribuire pensieri e necessità alle persone per non dare soluzioni standardizzate, omologando il cliente a categorie generiche di gruppi di persone. Ci proteggiamo da questo facendo domande, mirate, con l’obiettivo di conoscere il più possibile la vita e i fatti che il cliente porta, aiutandolo a stare sul concreto, sul reale, sul suo vissuto e solo dopo dare un rimando e dare una risposta. Il momento dell’analisi della domanda è fondamentale tanto quanto gli altri nel processo di aiuto, ma spesso ce lo dimentichiamo, pensando di sapere già.

Quando con un nostro agito ci accorgiamo che siamo sul canale “Pensavo che tu pensassi…”, “non te lo dico per non ferirti…” “tanto so già quello che vuoi dirmi…” varrebbe la pena fermarci e riflettere sui contenuti di quel pensiero e valutare come agire al meglio per non cadere in una soggettiva interpretazione della realtà.

Percorso Genitori&Figli

Che cos’è? E’ un modo nuovo di pensare alla comunicazione all’interno della famiglia, esprimendo liberamente i propri pensieri, affinché tutti i componenti della famiglia abbiano in mente i desideri, le fatiche e le necessità degli altri, a seconda della loro età. Ognuno ha la possibilità di essere PROTAGONISTA con diritti e doveri, con comunicazione e trasparenza, con desideri e impegno per raggiungerli.

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