Propongo il Coaching per le Famiglie, perchè?

Dopo aver fatto un corso di formazione per diventare Family Coach, ho riflettuto sul come proporlo alle Famiglie che seguono il mio sito e la mia pagina di Facebook. Perchè una famiglia o un componente della famiglia dovrebbe iniziare un percorso di coaching? Cosa offre di diverso dalle altre consulenze in genere? Di seguito vi propongo alcune informazioni sul coaching, sul modello che uso io e che ho provato sulla mia pelle.

IL COACHING E’ UN METODO CENTRATO SUL PRESENTE E SUL FUTURO PIU’ PROSSIMO Continue reading

Pensavo che tu pensassi…

Vi racconto una storia. La storia dell’uomo a cui serviva un martello.

<< Un uomo vuole appendere un quadro. Ha il chiodo, ma non il martello. Il vicino ne ha uno, così decide di andare da lui e di farselo prestare. A questo punto gli sorge un dubbio: e se il mio vicino non me lo vuole prestare? Già ieri mi ha salutato appena. Forse aveva fretta, ma forse la fretta era soltanto un pretesto ed egli ce l’ha con me. E perché? Io non gli ho fatto nulla, è lui che si è messo in testa qualcosa. Se qualcuno mi chiedesse un utensile, io glielo darei subito. E perché lui no? Come si può rifiutare al prossimo un così semplice piacere? Gente così rovina l’esistenza agli altri. E per giunta si immagina che io abbia bisogno di lui, solo perché possiede un martello. Adesso basta! E così si precipita di là, suona, il vicino apre, e prima ancora che questo abbia il tempo di dire “Buon giorno”, gli grida: “Si tenga pure il suo martello, villano!” >> (Istruzioni per rendersi infelici – Paul Watzlawick)

Non c’è niente di più limitante in una relazione affettiva, di amicizia, tra colleghi o con un cliente, del fermarsi all’immaginare quello che l’altro sta pensando. Questo comporta in via di principio una lettura della realtà profondamente distorta che inevitabilmente diventa funzionale a ciò che noi pensiamo. Facciamo un esempio più vicino alla nostra esperienza quotidiana.

Abbiamo una relazione conflittuale con un collega, con cui non ci capiamo e con cui fatichiamo a collaborare su un progetto comune e a confrontarci. Di prima mattina quel collega riceve una telefonata dalla moglie con cui discute furiosamente. Quando riattacca entriamo in ufficio, salutiamo, e lui, sbuffando, si allontana con un saluto distaccato. Il nostro primo pensiero è che ce l’abbia con noi per qualcosa che abbiamo fatto rispetto al progetto, magari una scelta ben precisa. Questo pensiero poi potrà compromettere l’intero processo di collaborazione creando delle interferenze che limiteranno la buon riuscita del lavoro.

Come facciamo a proteggerci da questo? Per prima cosa fermiamoci a riflettere sulla nostra persona e il nostro modo di rapportarci con le persone, cercando di capire se possiamo essere soggetti a questo rischio, ovvero quello di interpretare il comportamento di altri come un’accusa nei nostri confronti. In secondo luogo l’arma più efficace è quello di chiedere spiegazioni rispetto al dato di fatto che “quando siamo entrati in ufficio lui ha sbuffato e se n’è andato!”.

A volte ci facciamo tanti problemi a fare delle domande molto semplici che risolverebbero immediatamente i dubbi rispetto a dei comportamenti. Chiarezza e immediatezza rispetto ad alcune situazioni salvano i rapporti e soprattutto permettono di stare bene.

Altra storiella: quante volte per paura di deludere l’altro o farlo rimanere male ingoiamo rospi e stiamo male noi? Ricorderò sempre il racconto di un prete di oratorio che il primo Natale in cui era arrivato in una parrocchia ricevette in regalo dalla suora del paese una bottiglia di “Petrus” e le disse qualche mese dopo “grazie, molto buono!” … peccato che non piacendogli lo avesse tenuto intatto nell’armadietto dei liquori. Risultato? per tutti gli anni successivi quella suora regalò al prete una bottiglia di Petrus per Natale. Ogni anno che passava dichiarare che il Petrus non gli piaceva sarebbe stato ancora più difficile.

Questa storiella, accaduta realmente, ci insegna che se qualcosa non ci piace, non ci convince soprattutto se deriva da una relazione con un’altra persona, vale la pena dissipare ogni dubbio per evitare fraintendimenti o spiacevoli situazioni. Accade spesso nelle nuove relazioni di coppia il non avere il coraggio di dire all’altro che una certa cosa non ci piace o non ci fa stare bene, succede che poi quando la pressione nella pentola è troppa, la pentola deve sfiatare e l’altra persona si trova spiazzata nello scoprire quanto riferito accendendo un conflitto non solo sul disaccordo, ma anche sul “non detto”.

Attenzione massima va data alla relazione professionale tra operatore e cliente/utente. Soprattutto con le persone che conosciamo poco, dove la categorizzazione è inevitabile per semplificare la realtà, dobbiamo essere in grado di non attribuire pensieri e necessità alle persone per non dare soluzioni standardizzate, omologando il cliente a categorie generiche di gruppi di persone. Ci proteggiamo da questo facendo domande, mirate, con l’obiettivo di conoscere il più possibile la vita e i fatti che il cliente porta, aiutandolo a stare sul concreto, sul reale, sul suo vissuto e solo dopo dare un rimando e dare una risposta. Il momento dell’analisi della domanda è fondamentale tanto quanto gli altri nel processo di aiuto, ma spesso ce lo dimentichiamo, pensando di sapere già.

Quando con un nostro agito ci accorgiamo che siamo sul canale “Pensavo che tu pensassi…”, “non te lo dico per non ferirti…” “tanto so già quello che vuoi dirmi…” varrebbe la pena fermarci e riflettere sui contenuti di quel pensiero e valutare come agire al meglio per non cadere in una soggettiva interpretazione della realtà.